Una ricerca mostra come le donne over 50 della siano più colpite da Junk food addiction, la dipendenza da cibo spazzatura. L’esperta spiega perché. ... di Eleonora Lorusso.
... L’allarme obesità è recentissimo e riguarda soprattutto i giovani, con 1 ragazzo su 10 che ha chili di troppo. I dati, del rapporto UNICEF sulla fascia di età 5-19 anni, sono arrivati in occasione dell’Obesity Day (10 ottobre). Ma esiste anche un’altra preoccupazione tra gli esperti: la dipendenza da junk food, il cibo spazzatura, che questa volta riguarda gli over 50-60 e in particolare le donne. Ecco di cosa si tratta.
La dipendenza da junk food delle over 50. Un team di ricercatori dell’Università del Michigan si è concentrato, infatti, sulla popolazione adulta, la cosiddetta Gen X che oggi ha tra i 50 e i 60 anni. L’obiettivo era capire che rapporto ci fosse con il cosiddetto cibo spazzatura e, soprattutto, se anche gli adulti possano essere vittime di una forma di dipendenza da alimenti ultraprocessati, insaporiti e ricchi di additivi di vario tipo. La risposta, purtroppo, è stata positiva: sottoponendo il campione a un questionario composto da 13 domande, alcune delle quali anche sulle “voglie” di junk food e i tentativi di smettere di mangiare quel tipo di cibi, i ricercatori hanno scoperto come sia molto difficile per buona parte degli adulti di oggi, che arrivano a soffrire anche di crisi di astinenza paragonabili a quelle da fumo e alcol.
Le donne sono più colpite da dipendenza. I dati dell’indagine indicano come oltre 1 donna su 5 (21%) sia colpita dalla Junk food addiction, in percentuale doppia rispetto agli uomini (10%) della generazione X. Si tratta di una fetta di popolazione molto maggiore rispetto a quella della generazione precedente, cioè degli over 64, che si fermava rispettivamente al 12 e al 4%. A preoccupare gli esperti, che hanno pubblicato il loro lavoro sulla rivista scientifica Addiction, è anche il fatto che i numeri sono superiori anche rispetto alle dipendenze da alcol e tabacco nelle stesse fasce di età, che tendono a diminuire dopo i 50-60 anni.
I cibi che causano dipendenza e il bliss point. Al centro dell’attenzione sono stati soprattutto bibite zuccherate, salse, ma anche patatine e snack e, essendo stata condotta la ricerca negli USA, hamburger, pollo fritto e anelli di cipolla anch’essi fritti, molto diffusi nell’alimentazione della popolazione americana. «In generale, comunque, i cibi che più facilmente innescano meccanismo della dipendenza sono quelli costruiti per essere irresistibili: patatine e snack salati, croccanti e grassi; biscotti, merendine e gelati confezionati, dove zucchero e grasso si fondono in una consistenza morbida; bevande zuccherate che danno una scarica immediata di energia. Il cosiddetto bliss point — descritto in letteratura come il punto di massima gratificazione sensoriale — è il risultato di una formula calibrata per attivare al massimo il sistema della ricompensa», spiega la nutrizionista Monica Germani.
Più che un desiderio: perché si crea “addiction”. Va comunque distinto il semplice desiderio di un alimento dalla dipendenza, che «è quella voglia improvvisa di qualcosa di dolce o salato quando ci sentiamo stanchi, arrabbiati o semplicemente svuotati. All’inizio sembra solo un piccolo conforto: una merendina, qualche patatina, un biscotto preso distrattamente. Poi però accade qualcosa. Il cervello, stimolato da quella combinazione perfetta di zucchero, grasso e sale, registra il momento come gratificante e vuole riviverlo. Così, senza accorgercene, si attiva un circolo vizioso», spiega ancora Germani: «Nel linguaggio scientifico si chiama food addiction, ed è oggi riconosciuta come una forma di comportamento compulsivo simile alle dipendenze da sostanze».
Il cibo che ci fa sentire “innamorati”. «Le ricerche più recenti, come quella di Gearhardt e collaboratori pubblicata su Nature Reviews Endocrinology nel 2023, mostrano che gli alimenti ultra-processati agiscono sulle stesse aree cerebrali del piacere e della ricompensa — in particolare il circuito dopaminergico mesolimbico, che coinvolge l’amigdala, il nucleo accumbens e la corteccia orbitofrontale – Quando ingeriamo questi cibi, il cervello rilascia dopamina, serotonina ed endorfine, le stesse sostanze chimiche che si liberano con l’euforia o l’innamoramento. È un appagamento immediato, una scarica che dà sollievo e calore. Ma dura poco», sottolinea ancora la nutrizionista.
Il rischio di “craving”. Dopo il picco, infatti, «i livelli di dopamina calano rapidamente e il cervello interpreta quella discesa come una mancanza: è il craving, il desiderio urgente di riprovare la stessa sensazione. A quel punto, la percezione corporea cambia. Si avverte un vuoto nello stomaco, una tensione interna, una voce sottile che spinge a mangiare ancora anche senza fame reale. È come se il corpo cercasse di spegnere un segnale di allarme con un nuovo stimolo di piacere. E ogni volta che lo facciamo, quel circuito si rafforza, rendendo più difficile interrompere il comportamento». Da qui la dipendenza e il senso di astinenza se non si ingeriscono i cibi che danno “conforto”.
Perché le donne over 50-60 sono più colpite. Secondo i ricercatori, uno dei motivi sta nel marketing introdotto a partire dagli anni ’80, con una gamma di prodotti presentati come “dietetici”, a basso contenuto di calorie e talvolta grassi, ma spesso non equilibrati, ricchi di additivi ed edulcoranti. Pensati soprattutto per le consumatrici, avrebbero di fatto instillato un desiderio maggiore di alimenti ultraprocessati nelle donne. «Nelle over 50 o 60, però, tutto questo si intreccia con la biologia. Il calo di estrogeni e serotonina altera la risposta del cervello al piacere, abbassando la soglia di gratificazione e riducendo la capacità di autocontrollo. Il corpo diventa più sensibile ai picchi di zucchero e grassi, e ogni morso si trasforma in un piccolo colpo di energia che sembra riportare vitalità, ma la lascia svanire dopo pochi minuti. È una fame emotiva che si traveste da fame fisica», sottolinea Germani.
Si può uscire dalla dipendenza da cibo spazzatura? La preoccupazione, quindi, è di non essere in grado di uscire da questo circolo vizioso. «Anche se ci si riconosce in questo meccanismo, invece, non bisogna disperare. Il cervello è plastico e capace di cambiare: si può rieducare, un passo alla volta. L’obiettivo non è smettere di colpo, ma cominciare a sostituire, a scegliere in modo più consapevole. Tre piccole azioni quotidiane possono fare la differenza – consiglia l’esperta – La prima è la sostituzione intelligente: se il momento di debolezza arriva sempre con il biscotto industriale, proviamo a sostituirlo con un biscotto artigianale o fatto in casa. Cambia la qualità delle materie prime e, pertanto, anche il messaggio che diamo al cervello: meno zuccheri, più controllo».
Cucinare di più in casa. «La seconda strada è la riproduzione domestica dei cibi incriminati: se desideriamo un panino o un hamburger, prepariamolo a casa. Lo stesso piatto, ma costruito con pane di qualità, carne o legumi selezionati, verdure fresche. A questo punto anche l’aggiunta di una salsa diventa innocua. Il cervello mantiene la gratificazione del rituale, ma inizia ad associare il piacere a un’esperienza più sana – consiglia Germania – La terza è la gradualità: ridurre lentamente la frequenza dei cibi iper-palatabili senza creare una sensazione di privazione. Non serve eliminarli tutti, ma riequilibrare. Più si nutre il corpo con alimenti veri — frutta, grassi buoni, fibre, proteine pulite — più la soglia del piacere naturale si riattiva, e la voglia di cibo spazzatura diminuisce spontaneamente».
La dipendenza si può superare. «Il messaggio è che non è impossibile. Anche se si è già dentro quel circolo vizioso, basta cominciare da un piccolo gesto quotidiano per iniziare a invertire la rotta. Il cervello può “disimparare” la dipendenza e riscoprire il gusto autentico del cibo: quello che nutre davvero, dentro e fuori», conclude l’esperta.
DA DONNA MODERNA.
ANNO 19, NUMERO 45 - 7 NOVEMBRE 2025.
